Mauro. I misteri
«Scusa, devo
scappare.»
Valentina mi
stringe la mano in fretta, e poi sgattaiola nell’ascensore. Peccato, avrei
fatto volentieri due chiacchiere. Ci incontriamo quasi tutti i giorni sul
pianerottolo; ci diamo il cambio a casa di Nancy: lei insegna inglese e io
italiano. Ha un’aria triste e sfuggente… Come se più di ogni altra cosa volesse
essere lontanissima da qui. Come si spiega un desiderio di fuga così evidente?
Direi con un trauma, da qualche parte. Magari in famiglia. Magari col padre. Un
padre violento, distratto, alcolista. La prossima volta devo assolutamente
controllare se ha dei lividi.
«Mauro?»
La
vocina di Nancy, perplessa nel trovarmi quasi in trance davanti all’ascensore,
mi riporta alla realtà. Entro nella sua casa caldissima, in cui porte e
finestre restano sempre chiuse. Anche per questo deve esserci un motivo
nascosto. Voglio dire, una famiglia in cui con ventotto gradi non si apre
neanche una finestra (e di condizionatori, ovviamente, neanche a parlarne) ha
certamente un segreto. Magari non mi hanno mai parlato del loro figlio
fotofobo, che vive recluso nella stanza in fondo al corridoio… No, forse questo
è troppo. Un segreto in questa famiglia c’è, ma sono quasi sicuro che sia molto
meno romanzesco di così.
Nancy
prende posto sulla sua seggiolina imbottita e comincia a leggere a voce alta.
Incespica continuamente, ma io non la correggo; penso ad altro.
Da quando ho perso il lavoro, vedo misteri. Non li
cerco, e nemmeno li risolvo; me li trovo davanti. All’inizio erano fenomeni insignificanti,
come le graffette. La gente non lo sa, ma sui marciapiedi ce ne sono
tantissime. Inspiegabilmente. Dopo le graffette, ho cominciato a notare segnali
più gravi: il giro di usura del quartiere, quello di droga del bar sotto casa.
Ci sono sempre stati, ma io me ne accorgo solo adesso.
La mia ragazza non mi crede. Dice che ho solo
bisogno di indirizzare da qualche parte le energie che prima mettevo nel lavoro.
Ma comincio a pensare che la mia ragazza, di me, non abbia mai capito niente.
Io non ho nessuna energia superflua da
canalizzare: non sono mai stato occupato come in questi ultimi tre mesi. Anzi, tutto sommato, credo che non avere un lavoro mi faccia bene: finalmente faccio attenzione ai
dettagli, finalmente posso giustamente inquietarmi per i misteri che mi
circondano.
Anche perché, di cosa dovrei preoccuparmi?
Con i soldi della liquidazione posso andare avanti ancora un annetto senza chiedere niente a nessuno. E poi, se mi impegnassi, credo proprio che un lavoro qualunque potrei trovarlo. In fondo, ho solo ventotto anni.
E comunque non è neanche detto che io lo
cerchi, un altro lavoro. Con questi lavoretti guadagno molto più che in azienda e con molto meno sforzo. Certo, non ho la
sicurezza di un posto fisso, ma in fondo a cosa mi serve? Per il momento, non
ho intenzione di farmi una famiglia.
Sì, se ci penso bene, non rimpiango affatto la vita
dell’ufficio. La mia ragazza sarà anche stata contenta, convinta com’era che come
copy potessi dar sfogo alla mia creatività, ma la verità è che io mi sentivo in
prigione. Scrivere mi piace, e penso proprio di saperlo fare. Ma pensare slogan
per degli idioti dall’aria finto casual mi faceva sentire stupido.
Qui invece, tra queste mura surriscaldate, per la
prima volta dopo molto tempo sento di avere nuovi stimoli. Da anni non mi
confrontavo così da vicino con un’adolescente, e da anni non incontravo così
tanti misteri.
Nancy ha finalmente finito di leggere. Le propongo
di scrivere un riassunto del capitolo, più che altro per tenerla impegnata. Nei
suoi occhi leggo la disperazione, ma è troppo mansueta per ribellarsi alla
volontà del precettore; e io, del resto, sono troppo preso dal mistero per
farmi impietosire. C’è qualcosa che devo scoprire, oggi. Il piano è già
perfettamente architettato, non mi fermerò.
Fingendo tenerezza e compassione per il duro
compito che le ho appena assegnato, mi offro di andarle a prendere del tè in
cucina.
Senza aspettare la sua risposta, mi alzo ed esco
dalla stanza. Percorro il corridoio pestando i piedi, anche se non serve: Lei
mi sente comunque.
In effetti, non faccio in tempo ad aprire il frigo,
che mi compare alle spalle. La mamma di Nancy mi guarda in silenzio, sulla
porta, stretta nel solito abitino nero elegante ma triste, da vedova.
A dir la verità non credo che suo marito sia
davvero morto (ho idea che una vedova sia in qualche modo tenuta ad informare chiunque
del suo stato), ma sono quasi certo che non è molto presente. Che non abita più
con lei. Ma che lei lo ama ancora, di un amore silenzioso e disperato. Un amore
che l’ha indotta ad abbracciare questa specie di mutismo volontario.
Faccio lezione con Nancy da più di tre settimane,
e sua madre mi ha parlato solo il primo giorno, per raccontarmi la situazione scolastica
di sua figlia e fissare sbrigativamente il compenso. Poi più niente.
La saluto: «Buongiorno, Signora». Lei non
risponde. Fa solo un cenno impercettibile con la testa, e mi fissa,
intensamente.
Non sembra uno sguardo di desiderio, anche se
confesso che la cosa mi lusingherebbe. Piuttosto, è una richiesta di aiuto. Sì,
ma aiuto per cosa? Come faccio ad aiutarla se non mi spiega la sua storia?
Cerco in fretta qualcosa da dire, ma ormai ho già
versato il tè e preparato il vassoio. Devo tornare da Nancy, non ho nessun
motivo per rimanere. Uscendo dalla stanza le passo vicinissimo, le sfioro la
mano, sento che sussulta. Sono già due passi oltre quando mi richiama:
«Mauro?».
Finalmente. Mi giro di scatto, pronto a cogliere
la mia occasione.
«Volete anche dei biscotti?».
Rifiuto gentilmente calcando le parole, per farle
capire che ho capito che stava per dire ben altro.
Torno in camera di Nancy. Domani sarò più
sfacciato, domani scoprirò qualcosa.
La mia ragazza dice che di tutti questi misteri,
se non altro, potrei fare un bel romanzo. Ma la mia ragazza, di me, non ha
ancora capito niente.
Nessun commento:
Posta un commento