sabato 11 luglio 2015

Recensione #62: Chi manda le onde

Leggerezza mancata


A volte penso che per capire un libro (o una tesi di laurea) basta leggere la pagina dei ringraziamenti. Prendiamo Chi manda le onde: se invece di farmi incantare dalla copertina marittima e dal solito specchietto per le allodole del “finalista al premio Strega” (che poi, diciamocelo, a parte Lagoia, tutti gli autori che ho incontrato che hanno avuto a che fare con lo Strega sono stati una delusione), avessi letto subito che Fabio Genovesi conclude i suoi ringraziamenti con un ridicolo “ci si vede”, forse mi sarei risparmiata questo improbabile mattone estivo. 

Serena è una donna bellissima (di quelle bellezze noiosamente libresche che rimangono intatte, anzi migliorano, nonostante gli anni le gravidanze i lutti e i pantaloni militari) e irrequieta. Madre single di due adolescenti originali e affascinanti (tralasciamo gli improbabili dettagli sui loro concepimenti), si barcamena come può tra il lavoro da parrucchiera e le maldicenze di Forte dei Marmi in bassa stagione. 
Quando il suo piccolo mondo imperfetto le crolla addosso all'improvviso, a risollevare quel che resta della sua vita intervengono una serie di improbabili personaggi: da Sandro, quarantenne fallito, invariabilmente innamorato di lei dai tempi del liceo; a Zot, orfanello radioattivo appassionato di Claudio Villa; a Ferro, ex bagnino ex combattente che si oppone akla minaccia russa dalla sua casetta nel bosco, cattivissimo in apparenza ma con un cuore d’oro.
Oltre a tutti questi attori, a metà tra lo scontato e l’incredibile, le pagine sono affollate da una pletora di figuranti completamente superflui ai fini della trama, che probabilmente nelle intenzioni dell’autore dovevano dar vita a un affresco brulicante di vita, ma che di fatto sono solo un’accozzaglia di storielle senza un perché. Ecco allora il prete appassionato di documentari, la vecchia che ripensa alle scappatelle di gioventù, la nasona la notte del suo addio al nubilato, l’appassionato di tecniche militari che in realtà è gay ma ancora non lo sa. 
Come se non bastasse, a complicare ulteriormente il quadro, Genovesi, assume di volta in volta il punto di vista di quasi tutti i personaggi (alcuni sono esclusi da questo privilegio non si sa perché), prendendo addirittura il Tu quando parla per Serena e l’Io quando invece illustra i pensieri di sua figlia Luna - che tra parentesi ha tredici anni, non quattro – nel disperato tentativo, tra una metafora e una riflessione pseudoesistenziale, di spiegarci come dovrebbero sentirsi una madre single in crisi, un disoccupato nel momento in cui trova il porcino più grande del mondo, un’albina quando si tuffa in mare a settembre. 

Bene, di cosa parla Chi manda le onde in tutto questo turbinio di voci, suoni e parole? Direi di tante cose ma soprattutto di nessuna. Ho l’impressione che vorrebbe essere un romanzo che affronta con leggerezza dei temi pesanti, come la morte, la disoccupazione, la solitudine, la diversità. Solo che non ci riesce. La leggerezza è un dono, e mi pare che a Genovesi – almeno in questo libro, di altri non so dire – manchi. Nel tentativo di trasformare il suo dramma in una fiaba, l’autore fa un gran pastrocchio di sentimenti e suoni, che ora della fine innervosisce solamente.

2 commenti:

  1. Oh finalmente una recensione su questo libro che condivido pienamente. Chi manda le onde è molto sopravvalutato così come l'autore che sembra che sia lo scrittore "santo del momento". Grazie ma grazie Giulia!

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    1. Grazie a te! Fa piacere sapere che qualcuno la pensa come me :)

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