lunedì 20 luglio 2015

Renato Serra: attualità del "lettore di provincia"

Ogni volta che mi capita di leggere qualcosa di Renato Serra, mi stupisco e rammarico del fatto che la cosa più nota associata al suo nome sia un cavalcavia milanese pieno di autovelox.
La vita breve e defilata, la produzione letteraria discontinua e spesso inconclusa, le debolezze sul piano umano del “lettore di provincia” non bastano infatti a cancellare l’acutezza del suo sguardo e delle sue parole. Parole che ancora oggi, a cento anni esatti dalla sua scomparsa, sono in grado di raccontare con straordinaria efficacia la crisi del ruolo del letterato nel Novecento (e forse anche del Duemila…).

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lunedì 13 luglio 2015

Recensione #63: Urbino, Nebraska

L’incantesimo della Città Ideale

Finalmente un libro da consigliare per l’estate. Non proprio una novità editoriale (è del 2013), ma poco male. Urbino, Nebraska è un’opera appassionante e non facile, sulla provincia e la provincialità italiane, sui drammi, le piccolezze, le frustrazioni e i dubbi degli abitanti di una realtà destinata a rimanere ai margini.
Vera protagonista della narrazione è Urbino, nel titolo significativamente accostata al Nebraska, paese con cui condivide la condizione di provincia defilata e deprimente, e da cui, che si fugga o si rimanga, sempre in qualche modo si rimane condizionati.
È quanto accade a Zena, Nicola, Mattia e Federico, protagonisti dei quattro racconti che compongono l’opera, sottilmente invischiati nella trama di ricordi, riferimenti, avvenimenti e relazioni che costituiscono il cuore pulsante e paralizzato della città. Una trama sottile, di cui quasi perdiamo le tracce tra le pagine, ma anche forte e mortifera come la tela di un ragno. Emblematica da questo punto di vista la morte di Ester e Bianca, due sorelle stroncate da un’overdose alla Fortezza Albornoz, la cui scomparsa continua a riproporsi e a condizionare i personaggi dei racconti: Zena, studentessa piena di paranoie, vorrebbe portare conforto alla loro madre, ormai anziana e afflitta da demenza, che sarebbe poi la zia di Nicola, aspirante monaco con un passato da promessa della musica. E ancora: le due ragazze ossessionano anche Jacopo Martelli, scrittore fallito, e di riflesso il suo amico Mattia, che da Urbino è fuggito tanti anni fa, ma che a Urbino sempre ritorna, col pensiero e nei fatti, schiacciato da legami che non sa far diventare adulti. Infine, anche il piccolo Federico, protagonista dell’ultimo racconto, a cui è affidata l’unica breve nota di speranza del libro, viene toccato dal dramma di Ester e Bianca, che pure si è consumato tanti anni prima. A trovare i corpi delle due ragazze è stato infatti suo nonno, e ora i loro spiriti tornano a far visita al bambino sotto forma di uccellini.

Soprattutto quelle dei primi tre racconti sono storie di quotidiana angoscia, che si gonfia e rimbalza tra le mura e le squallide periferie della Città Ideale, senza trovare sollievo o scioglimento. Storie di personaggi che, in modi e momenti diversi, cercano disperatamente la propria strada e si scontrano con le proprie insanabili debolezze. Perché di Urbino e dei suoi fantasmi, sembra dirci l’autore, non ci si libera.
La morte di Ester e Bianca è forse l’unico fatto (per il resto sono tutti tentativi, pensieri, aspirazioni e dubbi) dell’opera, e non a caso è relegato in un passato quasi remoto. Ma ciò nonostante, Zena, Mattia, Nicola e tutti gli altri, incapaci di decisioni e di vita propria, gravitano intorno al loro dramma con pruriginosa insistenza. In questo senso, quindi, Urbino si manifesta come la vera e propria “costola mancante” dei suoi abitanti (a questo proposito, si legga l’interessante intervista all’autore su La Balena Bianca).
Alessio Torino sa raccontare le vibrazioni minime e i più piccoli movimenti dell’animo umano, il susseguirsi dei giorni sempre uguali e sempre più inutili con una precisione e una forza rare, con frasi brevi, solo apparentemente semplici, che lasciano al lettore – finalmente – la fatica e lo spazio di insinuarsi tra le pieghe dei pensieri dei protagonisti.

Gli amanti dell’azione e del lieto fine, ma soprattutto dei finali precisi, le storie che si chiudono senza sbavature all’ultima pagina, stiano lontani da Urbino, Nebraska. Tutti gli altri, invece, se lo procurino quanto prima. 

sabato 11 luglio 2015

Recensione #62: Chi manda le onde

Leggerezza mancata


A volte penso che per capire un libro (o una tesi di laurea) basta leggere la pagina dei ringraziamenti. Prendiamo Chi manda le onde: se invece di farmi incantare dalla copertina marittima e dal solito specchietto per le allodole del “finalista al premio Strega” (che poi, diciamocelo, a parte Lagoia, tutti gli autori che ho incontrato che hanno avuto a che fare con lo Strega sono stati una delusione), avessi letto subito che Fabio Genovesi conclude i suoi ringraziamenti con un ridicolo “ci si vede”, forse mi sarei risparmiata questo improbabile mattone estivo. 

Serena è una donna bellissima (di quelle bellezze noiosamente libresche che rimangono intatte, anzi migliorano, nonostante gli anni le gravidanze i lutti e i pantaloni militari) e irrequieta. Madre single di due adolescenti originali e affascinanti (tralasciamo gli improbabili dettagli sui loro concepimenti), si barcamena come può tra il lavoro da parrucchiera e le maldicenze di Forte dei Marmi in bassa stagione. 
Quando il suo piccolo mondo imperfetto le crolla addosso all'improvviso, a risollevare quel che resta della sua vita intervengono una serie di improbabili personaggi: da Sandro, quarantenne fallito, invariabilmente innamorato di lei dai tempi del liceo; a Zot, orfanello radioattivo appassionato di Claudio Villa; a Ferro, ex bagnino ex combattente che si oppone akla minaccia russa dalla sua casetta nel bosco, cattivissimo in apparenza ma con un cuore d’oro.
Oltre a tutti questi attori, a metà tra lo scontato e l’incredibile, le pagine sono affollate da una pletora di figuranti completamente superflui ai fini della trama, che probabilmente nelle intenzioni dell’autore dovevano dar vita a un affresco brulicante di vita, ma che di fatto sono solo un’accozzaglia di storielle senza un perché. Ecco allora il prete appassionato di documentari, la vecchia che ripensa alle scappatelle di gioventù, la nasona la notte del suo addio al nubilato, l’appassionato di tecniche militari che in realtà è gay ma ancora non lo sa. 
Come se non bastasse, a complicare ulteriormente il quadro, Genovesi, assume di volta in volta il punto di vista di quasi tutti i personaggi (alcuni sono esclusi da questo privilegio non si sa perché), prendendo addirittura il Tu quando parla per Serena e l’Io quando invece illustra i pensieri di sua figlia Luna - che tra parentesi ha tredici anni, non quattro – nel disperato tentativo, tra una metafora e una riflessione pseudoesistenziale, di spiegarci come dovrebbero sentirsi una madre single in crisi, un disoccupato nel momento in cui trova il porcino più grande del mondo, un’albina quando si tuffa in mare a settembre. 

Bene, di cosa parla Chi manda le onde in tutto questo turbinio di voci, suoni e parole? Direi di tante cose ma soprattutto di nessuna. Ho l’impressione che vorrebbe essere un romanzo che affronta con leggerezza dei temi pesanti, come la morte, la disoccupazione, la solitudine, la diversità. Solo che non ci riesce. La leggerezza è un dono, e mi pare che a Genovesi – almeno in questo libro, di altri non so dire – manchi. Nel tentativo di trasformare il suo dramma in una fiaba, l’autore fa un gran pastrocchio di sentimenti e suoni, che ora della fine innervosisce solamente.

sabato 27 giugno 2015

Recensione #61: La vita sessuale dei nostri antenati


Saga familiare per l’estate

In principio fu L’incredibile storia di Lavinia. Poi Ascolta il mio cuore, che Tita mi leggeva in giardino, aspettando di andare in spiaggia, in un’estate di ormai più di vent’anni fa. Poi Polissena del Porcello, Re Mida ha le orecchie d’asino, Diana Cupido e il commendatore e tutti gli altri, divorati nella nicchia vicino alla finestra di camera mia.
I romanzi di Bianca Pitzorno hanno modellato la mia infanzia, nutrito la mia fame di storie per tutti gli anni delle elementari. Poi, come per tutti, le cose sono cambiate. La scuola ti impone di leggere altro, tu vuoi dimostrare di capire tutte le parole dei libri “da grandi”, e ciao. Improvvisamente Bianca Pitzorno e le sue eroine coraggiose assumono le tinte tenui delle letture del passato.

E invece capita che un giorno, vagando per il nuovissimo e deludente megastore della Mondadori, ti ritrovi davanti un malloppo di quasi 500 pagine firmato da lei. Il titolo non lascia dubbi: si tratta di un romanzo “da grandi”. E tu non resisti, lo compri, pensando che tanto tra poco si va al mare, e tutte quelle pagine troverai un modo per consumarle sotto l’ombrellone. Invece sotto l’ombrellone non ci arriveranno mai, perché le hai archiviate in un paio di notti milanesi, complici l’insonnia, la gravidanza o chissà che.
Mettiamola così: se lasciarsi divorare come si divora un libro da ragazzini è un parametro per misurare il valore di un’opera, La vita sessuale dei nostri antenati è un romanzo perfettamente riuscito. Se il nome della Pitzorno vi evoca stupendi pomeriggi d’infanzia, questo libro avrà il potere di riportarvi indietro nel tempo; alla sete infinita di pagine, solo per scoprire come va a finire la storia… Se però cercate qualcosa di più, se avete voglia di leggere un vero romanzo “da grandi”, direi che è meglio girare al largo.

La vita sessuale dei nostri antenati  è senz’altro la saga familiare più lunga (la storia è ambientata negli anni ’90, ma con i flashback si va indietro di parecchi secoli) e ricca di colpi di scena che abbia letto negli ultimi anni. Tra annegamenti, aborti, figli rifiutati e tradimenti, le famiglie Bertrand e Ferrel, rintanate nella quiete ovattata delle cittadine immaginarie di Donora e Ordalé, potrebbero tranquillamente fare invidia a quelle di Beautiful. Qui in più ci sono il gusto dell’autrice per il racconto, la sua indubbia capacità narrativa, asservite però a un fine che non è molto più alto di quello di Polissena del Porcello.

Voglio dire, non basta scrivere “vita sessuale” nel titolo, né far iniziare il romanzo con un orgasmo, per superare la struttura e il livello di un romanzo per ragazzi. Così come non basta sostenere che la protagonista è una femminista senza pregiudizi perché poi risulti effettivamente più  emancipata dei suoi parenti bigotti e provinciali. E soprattutto non basta troncare una storia a un certo punto per creare un finale sospeso! Per 500 pagine, con La vita sessuale dei nostri antenati sono tornata bambina. Non mi si può chiedere poi, arrivata alla fine, di rinunciare a sapere chi era uomo e chi donna, chi era figlio di chi e se lei torna col fidanzato. Questa è una vera e propria scorrettezza. Dall’autrice dell’Incredibile storia di Lavinia proprio non me l’aspettavo. 

lunedì 22 giugno 2015

Recensione #60: L'estate infinita


Infinita nostalgia di estate

Tra caldi epici e ricadute novembrine, anche quest’anno siamo arrivati alla metà di giugno. I maturandi lottano contro la terza prova, e io mi ritrovo a sognare eterni pomeriggi in spiaggia, in compagnia di un bel romanzone italiano. E quale libro migliore di L’estate infinita di Edoardo Nesi per amplificare la mia già preoccupante voglia di vacanza?

L’atmosfera del libro è perfettamente intonata al titolo: fin dalle prime pagine, si respira il clima rarefatto delle interminabili estati dell’infanzia… quelle in cui sei sereno, e sprechi un sacco di tempo, ma fai anche un sacco di cose, e comunque non riesci a pensare a settembre, all’autunno e alla scuola.

L’estate infinita dell’opera è quella dell’Italia degli anni Settanta. Una specie di isola felice, in cui chiunque può arricchirsi e coronare i propri sogni, a patto – questo sì – di lavorare come un matto.

lunedì 1 giugno 2015

Recensione #59: Troppa importanza all'amore

La consapevolezza dell'amore

Per prima cosa bisogna dire che Troppa importanza all’amore è un titolo bellissimo.

Giustamente ermetico, giustamente evocativo, ti fa pensare che il libretto elegante che hai tra le mani, poche pagine, carta ruvida e copertina minimal, ti dirà qualcosa che ancora non sapevi o non avevi sentito sulle storture delle relazioni nella società contemporanea.

Questa la disposizione d’animo con cui mi sono affacciata all’ultima raccolta di Valeria Parrella: otto racconti brevi, voci e argomenti diversi, e una lingua flessibile e affilatissima asserviti a un ambizioso obiettivo: catturare la scoperta, e la conseguente accettazione, della propria condizione da parte dei personaggi.

lunedì 18 maggio 2015

Recensione #58: Sette anni di felicità

Un concentrato di vita

Mi sono fatta convincere a leggere Sette anni di Felicità di Etgar Keret da una bella recensione, trovata non ricordo dove, in cui si diceva che il libro parla di padri e figli, guerre, feste, ebraismo e persecuzione, matrimonio, scrittura… insomma, tutto quello che ci si aspetta di trovare nel resoconto di sette anni di vita di uno scrittore israeliano di successo.

Sette anni di felicità in effetti è un’opera autobiografica: sette parti (una per anno) e trentasei racconti brevi, ognuno dei quali racconta un episodio della vita a Tel Aviv dell’autore, dalla nascita del figlio Lev alla morte del padre.