Delirio nell’acquario
Quando, con gli amici del Club di Lettura, abbiamo
scelto Branchie, eravamo pieni di
belle speranze. Forse erano i buoni propositi di settembre, forse la scoperta che
il progetto grafico era di Riccardo
Falcinelli, lo stesso di Almost Blue, che
avevamo divorato prima dell’estate, non lo so. Nel mio caso, c’era sicuramente
anche una discreta fiducia in Ammaniti: Io
non ho paura, ai suoi tempi, mi era piaciuto parecchio…
Da allora molte cose sono cambiate: dopo l’entusiasmo
e i buoni propositi, abbiamo conosciuto le fatiche di settembre, con i primi
freddi abbiamo preso coscienza dei nostri limiti… E rapidamente siamo
precipitati in novembre. Il libro è terminato, è tempo di bilanci. Per farla
breve, ci abbiamo messo una vita a leggerlo, e questo sicuramente non ha
aiutato ad apprezzare appieno l’opera. Opera che comunque ha una storia un po’
particolare: a quanto pare, (vedi prefazione) Ammaniti l’ha scritta nel 1993; invece
di occuparsi della sua tesi: Rilascio di
acetilcolinesterasi in neuroblastoma, ha partorito questa storia.
Dopodiché, ha abbandonato l’idea della laurea, e si è dato alla scrittura. Che
inizio folkloristico, no? Ovviamente, il romanzo non è stato pubblicato subito,
se non da una piccolissima casa editrice. Ma l’autore gli era comunque molto
affezionato, e, una volta affermatosi, ha deciso di proporlo (rivisto) ai suoi
lettori, come un regalo. Tipo le foto di quando eravamo bambini, con cui un bel
giorno decidiamo di ammorbare i nostri amici, in forza di un loro presunto
interesse per ogni tenero aspetto del nostro passato… Direi che l’impressione
leggendo Branchie è stata un po’ questa:
la nostalgica condivisione dell’autore di un cimelio che forse avrebbe fatto
meglio a tenersi per sé.
Marco Donati è un giovane e malmostoso malato
terminale, che trascina i suoi ultimi giorni di vita tra feste discutibili e
fidanzate isteriche, abitando nella penombra del suo negozio di acquari ormai
chiuso. Un giorno riceve una misteriosa lettera, in cui una facoltosa signora lo
invita a raggiungerla in India per costruirle il più grande acquario mai
realizzato. Ovviamente lusingato dall’offerta, Marco abbandona la sua squallida
esistenza e parte. Da qui in avanti, la trama precipita in un vortice di
assurdità, che toccano la chirurgia estetica, il mondo animale, la povertà in
India e molto altro, con vistose digressioni sulla cucina italiana. Il senso? A
quanto pare, è trascurabile. La vicenda si conclude in modo totalmente
surreale, senza spiegare nessuna delle stravaganze con cui il giovane Ammaniti ha
dilettato il lettore per duecento pagine.
Personalmente, non ho niente contro il surreale:
non penso che la letteratura debba per forza essere pienamente realistica. Però,
diciamo, se è visionaria, almeno deve essere piacevole! Invece qui l’impressione
è di essere trascinati in una cosa insensata e per giunta di cattivo gusto
(scene di sesso estremo, pesci che divorano uomini dall’interno, gite nelle
fogne...???). Non che manchino del tutto le note divertenti: alcuni episodi, e
la conclusione stessa – anche se non risolve la storia – sono anche parecchio
divertenti. Ma di per sé non bastano a sostenere l’opera.
In conclusione, direi che la sensazione è che
quello che si è divertito di più con quest’opera sia l’autore: che ha ingannato
la noia scrivendola, e buttandoci dentro a ruota libera le sue fantasie.
Esercizio apprezzabile, per carità; ma forse non adatto ad essere condiviso con
il grande e fiducioso pubblico.