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lunedì 1 giugno 2015

Recensione #59: Troppa importanza all'amore

La consapevolezza dell'amore

Per prima cosa bisogna dire che Troppa importanza all’amore è un titolo bellissimo.

Giustamente ermetico, giustamente evocativo, ti fa pensare che il libretto elegante che hai tra le mani, poche pagine, carta ruvida e copertina minimal, ti dirà qualcosa che ancora non sapevi o non avevi sentito sulle storture delle relazioni nella società contemporanea.

Questa la disposizione d’animo con cui mi sono affacciata all’ultima raccolta di Valeria Parrella: otto racconti brevi, voci e argomenti diversi, e una lingua flessibile e affilatissima asserviti a un ambizioso obiettivo: catturare la scoperta, e la conseguente accettazione, della propria condizione da parte dei personaggi.

domenica 10 maggio 2015

Recensione #57: Dentro


La vita da Dentro


Approfitto di questa domenica di sole e pace per provare a recuperare le buone abitudini, e scrivere due parole su Dentro, l’incensatissima e pluripremiata opera d’esordio di Sandro Bonvissuto. 


Tre racconti non autobiografici che ripercorrono a ritroso l’esistenza di un unico io narrante: si comincia con l’esperienza del carcere di Il giardino delle arance amare; si continua con la storia di un’esclusiva amicizia adolescenziale, tra le storture del sistema scolastico di Il mio compagno di banco; e si conclude con le drammatiche scoperte infantili di Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta.

Innanzitutto una precisazione sul titolo: “Dentro” non è - come credevo - un richiamo alla prigione di cui si parla nel primo e più celebrato racconto; piuttosto, direi che è un riferimento a una dimensione di appartenenza: in tutti e tre i racconti, infatti, il protagonista-narratore si trova, per motivi sempre diversi, a far parte di un gruppo sociale, un sottoinsieme di persone in qualche modo ai margini del sistema. In Il giardino delle arance amare il microcosmo in questione è quello della cella, con le sue regole, le sue frustrazioni e le sue amicizie forzate. In Il mio compagno di banco, è la realtà della “diarchia”, la relazione di completa simbiosi del protagonista con l’amico, che porta i due a schierarsi compatti contro genitori e istituzioni. Nel terzo racconto, infine, il gruppo di cui l’io narrante vuole far parte è quello dei “bambini che sanno andare in bicicletta”, ben distinto da quello dei bambini piccoli, che ancora non sanno andarci, ma anche fieramente opposto al mondo degli adulti.
Tutta l’opera si costruisce quindi sull’opposizione tra un mondo “fuori” (i liberi/i compagni di classe/gli altri bambini e i grandi) e la realtà “dentro” cui l’io narrante si colloca – paradossalmente – con sempre maggiore consapevolezza. Perché, se in carcere le relazioni con i compagni di cella sono una questione di sopravvivenza, per il giovanissimo protagonista del terzo racconto il riconoscimento del bisogno e la conseguente scelta di imparare ad andare in bicicletta sono presentati con piena consapevolezza, come il passaggio volontario da uno stadio evolutivo a quello successivo. 


“Dentro non è un libro autobiografico. Non parla della mia vita, ma della vita” è l’ambiziosa epigrafe che troviamo sul sito dell’autore. 
Immagino che in effetti l’intento di Bonvissuto fosse proprio quello di dire qualcosa sulla condizione umana, sempre in bilico tra un mondo sentito come “altro” e una realtà più piccola, costruita e conquistata con fatica, in cui l’uomo costruisce ripari temporanei.
L’impressione però è che la volontà di dimostrare questo assunto vada un po’ a scapito della naturalezza del racconto. Prova ne siano le continue sentenze che punteggiano la narrazione e che diventano davvero insistenti in Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta (“da vicino tutto è solo quello che è, e cioè la somma di quello che vediamo[…].”; “perché è solo il vento a cambiare le cose, sennò queste, da sole, non cambiano mai […]; “forse perché tutto quello che appartiene al passato sta a un livello più basso rispetto alla superficie, si trova nelle buche […]”; etc.).

Insomma, l’autore è senz’altro in grado di descrivere con lucidità temi e momenti delicati, di costruire immagini potenti ed efficaci ("il muro è il più spaventoso strumento di violenza esistente. Non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto"). Tuttavia, al di là delle frasi a effetto, si respira tra le pagine l’urgenza di dimostrare una tesi, che penalizza la piacevolezza e la credibilità della narrazione. Peccato.

domenica 21 dicembre 2014

Recensione #56: La ferocia

La convincente logica della ferocia

Ebbene sì, sono passati quasi sei mesi. Sei mesi senza scrivere neanche una riga. A ogni nuovo volume che approdava sul mio comodino, mi dicevo: “di questo scriverò su Nefelomanzia”; ma poi, per un motivo o per l’altro, lasciavo stare. 

Poi invece, finalmente, ho incontrato un libro da consigliare a tutti. Un libro che mi ha fatto venire voglia di provare ad abbattere quello zoccolo di pigrizia e timore sapientemente costruito in questo tempo, imparando di nuovo a ordinare i pensieri sulla pagina. Quel libro è La ferocia, di Nicola Lagoia, una storia che parla di famiglia, Italia, modernità, infelicità, malattia, affetti. Un sacco di cose, tenute insieme dal solito esile scheletro del giallo investigativo.


Sulla provinciale tra Taranto e Bari, in una Puglia piagata da corruzione, burocrazia e abusi edilizi, viene ritrovato il cadavere di Clara Salvemini, figlia di un affermato palazzinaro locale. A indagare sulla sua morte, torna da Roma il tormentato fratellastro della vittima, Michele. Sotto la lente straniata del suo sguardo, la vicenda di Clara e del suo mondo riaffiorano zoppicando.
È la storia di una famiglia, con i suoi tradimenti e le sue meschinità; la storia di un uomo incapace di guardare i suoi sbagli, e dei suoi figli viziati, infelici, eccellenti, belli, malati, soli; la storia di due fratelli, troppo legati e sofferenti per stare vicini; la storia di un’impresa edile, che prospera a forza di abusi e cene con giudici e funzionari; la storia di una terra brulicante di creature crudeli e cieche, predatrici o prede incapaci di pietà.

Come fanno tutti questi elementi a stare insieme, senza trasformarsi nell’ennesima pretenziosa accozzaglia con ambizioni di denuncia sociale? In effetti, l’impressione, leggendo, è di trovarsi davanti a un affresco coerente: dalla formica alla tigre, dal chirurgo affermato al prete dal passato ambiguo, dalla ragazzina viziata al palazzinaro senza scrupoli, il sistema presentato da Lagoia manda un messaggio ben definito, declinato in tante voci e tanti volti. Non una verità semplificata e schematica, ma un universo di metafore e richiami, di grandissima potenza critica, eppure non privo di speranza: perché dell’uomo, di cui pure vengono presentate senza pietà debolezze e brutture, si sottolinea anche il libero arbitrio, vale a dire la capacità di creare dei momenti di discontinuità, che inframmezzano la piatta durezza della ferocia quotidiana (per approfondire, qui una breve intervista all'autore sul tema).

Tagliente lo stile, che ti rimane addosso anche dopo aver chiuso il libro; intelligente la costruzione, fatta di continui salti temporali e cambi di punti di vista, umani, animali e chi più ne ha più ne metta.

Una storia bruciante e una voce chiara. Insomma, per me, ne vale la pena!


giovedì 7 febbraio 2013

Recensione #35: 1Q84


Un gigante dalle gambe sottili

Se anche voi, come me, siete stati attirati dalla veste grafica pulita e dalla quarta di copertina accattivante di 1Q84, se anche voi avete preso in considerazione l’idea di acquistarlo, leggete con molta attenzione le prossime rquanto segue: QUALCUNO STA CERCANDO DI INGANNARVI.

Non sto parlando solo di quel burlone dell’autore (dei suoi imbrogli parleremo a tempo debito), ma soprattutto del suo editore italiano Einaudi. Perché? Perché Einaudi, nel promuovere il romanzo, si è “dimenticato” di dire che l’opera non finisce con i due libri di cui è composto il volume che ha riempito le librerie l’inverno scorso. Nossignore, i libri sono tre. In Giappone, logicamente, sono usciti in tre tomi distinti; in Italia invece no, perché noi siamo originali. Così abbiamo avuto prima i libri uno e due, e poi, l’ottobre scorso, è uscito il libro tre, del tutto inaspettato e tra l’altro mascherato da una copertina praticamente identica alla precedente. Insomma, una si imbarca con le migliori intenzioni in un’avventura giapponese da più di 700 pagine, e poi, quando pensa di esserne quasi venuta a capo, scopre da una qualunque insulsa vetrina di viale Montenero che per completare la sua fatica ne mancano ancora 500… ditemi voi se non è un inganno!

Ma probabilmente questo scherzetto editoriale mi sarebbe pesato molto meno se il romanzo mi fosse piaciuto. Voglio dire, se a dieci pagine dalla fine dell’Idiota, avessi scoperto che ne esisteva il seguito, quasi sicuramente avrei pianto di gioia. Invece completerò questa verbosa trilogia per il bisogno di simmetria che ho ereditato da mia madre e per il senso del dovere che mi viene da mio padre… Ben poco a che vedere con i piaceri della lettura.
Covavo il desiderio di leggere 1Q84 fin dai tempi dell’Arte di correre e di Tutti i figli di Dio danzano. Gli avevo fatto la corte a lungo, nella libreria in cui lavoravo, senza risolvermi a comprarlo, perché era molto alto e molto costoso… Quando però a Natale mi si è presentata la possibilità di averlo gratis (meravigliose promozioni di Amazon), non ci ho pensato due volte: l’ho caricato nel mio Kindle, e gli ho consacrato quasi un mese di stressanti spostamenti in tram.
Devo dire che la lettura non è faticosa, né spiacevole: è vero, ho incontrato stili più appassionanti, ma potrebbe anche essere un problema di traduzione. O magari di distanza culturale: che ne so io, magari ai giapponesi queste descrizioni minuziose di cose inutili piacciono, chi sono io per giudicare?  È vero anche che certe insistenze su dettagli erotici mi sembrano gratuite, e che in diversi casi ho avuto l’impressione di stare guardando i cartoni animati della mia preadolescenza, o peggio, di ritrovare tutti gli stereotipi più squallidi sui giapponesi (il delirio alienante della metropoli; l’uomo maturo che si innamora della ragazzina provocante; la scena d’amore con i petali di ciliegio nell’aria; il silenzio che vale più di mille parole…). Tutto vero, ma se fosse solo questo, sarebbe un romanzo mediocre come un altro.
Invece in 1Q84 c’è molto di più. Innanzitutto, c’è la pretesa di scrivere una grande opera, e di inserirla a pieno titolo nella tradizione letteraria. A questo proposito, abbondano le citazioni; una su tutte, quella al celebre romanzo di Orwell, a cui l’autore offre un omaggio esplicito fin dal titolo. Anche i temi sono grandi classici: il doppio, il personaggio, il nodo arte-vita… Sembra quasi di parlare di Pirandello! Ma, a differenza di Pirandello, Murakami non ha il senso del limite, e trasforma il suo romanzo in un delirio di onnipotenza. Il risultato è una lenta agonia, oltre che una fastidiosa delusione: all’inizio la trama è intrigante, e stimola il lettore a formulare teorie per far tornare i conti. Verso la fine del libro uno, però, si comincia a dubitare che tutte le domande troveranno una risposta… E i sospetti si confermano tristemente nel libro due.

Insomma, non posso ancora esprimere un parere definitivo, e spero vivamente di ricredermi, ma credo proprio che anche Murakami sia stato contagiato dalla sindrome di J.J. Abrams, meglio conosciuta come sindrome di Lost, che, come è noto, colpisce tutti gli autori che si lasciano trascinare da una bella intuizione, ma non sanno darle senso e respiro in una struttura solida. E al lettore non regalano altro che l'ennesimo elefante dalle gambe sottili.