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mercoledì 16 gennaio 2013

Recensione #33: La schiuma dei giorni


Una lunga poesia triste

Forse è per l’ansia di dover scrivere questa recensione (per la cronaca, è l’ultimo debito del 2012), ma ultimamente ho ripensato spesso a La schiuma dei giorni. Lo stile naif e surreale, alcune immagini incredibili come quella del pianocktail, (il pianoforte che, insieme alla musica, produce cocktail), il fondo amarissimo di questa storia… Non pensavo che mi sarebbero rimasti così impressi.

Ma andiamo con ordine. Tutto è cominciato a novembre, alla mostra “A Milano c’è il mare” presso lo Spazio Nibe di via Hajec, in cui mia zia, Margrieta Jeltema, esponeva alcune opere. Tra le sue creazioni ce n’era una particolarmente bella, intitolata L’écume des  jours (nella foto). Il mio francese zoppicante e la mia scarsa cultura mi hanno portato a chiedere spiegazioni. «Ma come – mi chiede Margrieta – non hai mai letto Boris Vian?». Ovviamente no, ma dal titolo sembra interessante.
Tempo due giorni, e finisco ad una visita guidata dentro la Marcos Y Marcos. Mentre i due fondatori ci propongono le loro lodevoli iniziative editoriali, io mi guardo in giro. E in bella vista, all’ultimo piano, mi trovo davanti niente di meno che un enorme poster con la copertina della Schiuma dei giorni. A quanto pare, una specie di manifesto della casa editrice. Va be’, per farla breve, due segni in tre giorni mi sono sembrati sufficienti: sono andata in biblioteca e mi son procurata il libro.
E veniamo infine al libro.

Colin è un giovane bello, buono e pure ricco, a cui, per essere perfettamente felice, manca solo una fidanzata. Fortunatamente a una festa incontra la dolce Chloe e, con lei, può coronare il suo sogno d’amore. A condividere la loro gioia, una zuccherosa coppia di amici: Chick, ingegnere squattrinato e appassionato di Jean-Sol Partre e la meravigliosa Alise. I quattro si intrattengono tra surreali svaghi e sdolcinate smancerie. Tutto sembra perfetto, ma, ahimè, proprio quando il lettore comincia a chiedersi se tra due pagine non gli verrà il diabete, le cose cambiano. Impercettibilmente, l’equilibrio si spezza, la meravigliosa pace dei protagonisti si incrina. L’atmosfera si fa ad ogni riga più pesante: chi aveva tutto, d’improvviso non ha niente. Il lettore questo salto proprio non se l’aspettava, e ci rimane quasi peggio dei protagonisti. Va bene limitare le effusioni in pubblico, ma quei quattro in fondo non facevano niente di male, erano pure buoni. C’era proprio bisogno di colpirli così duramente? A quanto pare sì, per dimostrare che il mondo è un brutto posto, o qualcosa del genere.

Lo stile surreale amplifica vertiginosamente la sensazione di caduta, facendo del paesaggio circostante un grande e distorto specchio dei sentimenti dei protagonisti. Dalle immagini lievi delle prime pagine, con le descrizioni dei pranzi pantagruelici e dei lussi sfrenati a cui Colin e i suoi amici si, si passa al disagio asfittico di un mondo che, anche fisicamente, si restringe ad ogni riga. L’effetto è convincente, e sicuramente in francese sarà più efficace che in italiano (anche se devo dire che ho trovato la traduzione di Gianni Turchetta molto curata e attenta).

E cosa dire infine del risultato complessivo? È un bel romanzo? Non lo so, non sono convinta, non direi.
Sicuramente è un libro strano: pesantissimo e potentemente critico verso la società contemporanea, basti pensare alle riuscitissime descrizioni sul mondo del lavoro, sul lavoro che aliena e abbrutisce. Sicuramente è un romanzo poetico, ricco di immagini stupende. È un’opera che a modo suo avvince, e trascina il lettore, incredulo, a scoprire la fine della tragica vicenda dei suoi innocenti protagonisti. È un’opera che, come dicevo all’inizio, rimane impressa e torna in mente come un monito, una cantilena triste.
Ecco, forse questo può essere un inizio di risposta: forse La schiuma dei giorni non ha la portata narrativa del romanzo, manca di approfondimento psicologico, di una conclusione convincente e di un sacco di altre cose. Forse è piuttosto come una lunga poesia: musicale, suggestiva, impressionante. Fatta per essere ammirata, più che capita fino in fondo.

Concludo con un paio di suggerimenti musicali (anche se in teoria non mi competono, Petro mi perdonerai): 

1. Le dèserteur, una canzone di Boris Vian stesso;

2. Chloe, di Duke Ellington: è la colonna sonora del libro, e secondo me ne descrive bene l'atmosfera :)


domenica 23 settembre 2012

Incursioni musicali: episodio #10

Martedì, ore 18.30, piazzale Corvetto. In una giornata come tante altre, madri con passeggini e borse della spesa attraversano la piazza, organizzando, nel dettaglio, le prossime ore di vita familiare nella modalità multi-tasking che, notoriamente, contraddistingue  il sesso femminile. Studenti universitari si dirigono verso casa, i-pod nelle orecchie, dopo una giornata di studio in università e prima di una serata a base di tanta caffeina. Uomini in giacca, ormai sgualcita, salgono le scale della metropolitana due gradini alla volta sperando solo che i bambini siano tranquilli, che non ci siano capricci da gestire, almeno lì…

Martedì, ore 18.45, Piazzale Corvetto. In una giornata come tante altre, cinque uomini stanno, chi in bocca un sax o una tromba,  chi abbracciando un contrabbasso, chi accarezzando delle percussioni, chi pizzicando sulle corde di una chitarra. Sono Andrea, Francesco, Claudio, Fabio, Angelo, gli “Interplay”, musicisti amatoriali suonano jazz, jazz d’autore. 

Così è accaduto che un martedì qualunque, per le strade attorno a Piazzale Corvetto, risuonassero Duke Ellington e Herbie Hancock. 

I passanti, le madri con passeggini, i giovani universitari, i papà in giacca sgualcita, ma anche, nonnine in giro per la consueta passeggiata serale, bambini in bicicletta, adolescenti con i pantaloni a vita bassa, uomini e donne di tutto il mondo, filippini, sudamericani, albanesi che abitano il quartiere, si fermano e stanno. Alcuni di loro chiudono gli occhi e iniziano a seguire la musica battendo il piede e dondolando la testa, altri iniziano ad elargire sorrisi ai vicini, altri ancora si avvicinano a sconosciuti ed iniziano a intrattenere conversazioni sulla necessità di piccoli esperimenti di bellezza che animino un quartiere e, quindi,  gli animi dei suoi abitanti. 

Io sono lì e penso che a volte ci vuole proprio così poco… uno spartito e un po’ di passione. 

Passione musicale, certo, ma anche passione per un quartiere e per la gente che vi abita come dimostrato dalla associazioni di quartiere che hanno aderito all’INSOLITO CORVETTO. Queste, ed in particolare l’associazione ANIMONDO, che ha promosso il concerto, si sono riunite animando il quartiere con eventi stra-ordinari  con il solo scopo di creare occasioni nuove di incontro e di scambio in una zona di Milano spesso nota per ben altri motivi.
E per una settimana tutti “quelli del Corvetto” hanno potuto godere di un Insolito settembre. 


 Soundtrack: "In a mellow tone", Duke Ellington