lunedì 14 gennaio 2013

Film #8: Una famiglia perfetta

Dopo circa un anno sono tornato al cinema per vedere un film italiano. In questo lasso di tempo abbiamo prodotto infatti solo commedie demenziali e polpettoni micidiali, e a me non attraggono né le une né gli altri.
“Una famiglia perfetta", invece, è la piacevole conferma che, se vogliamo, sappiamo ancora girare dei film veramente gradevoli.


La trama è semplice e originale. Leone, un uomo ricco e solo, paga una compagnia di attori per fargli da famiglia durante la notte di Natale. Da questa insolita premessa si genereranno una serie di situazioni paradossali veramente divertenti.

“Una famiglia perfetta”, anche se a tratti risulta veramente esilarante, non è un semplice film di Natale, o meglio: non lo è fino all’happy-ending finale, che annienta la piacevole altalena tra commedia e dramma pirandelliano che si protrae per tutto la durata del lungometraggio. 
Forse, se  non fosse uscito nelle sale sotto Natale, “Una famiglia perfetta” sarebbe potuto essere un film più vero, più sfrontato e meno ruffiano. Avrebbe potuto approfondire maggiormente i temi della solitudine, del confine tra realtà e finzione, del ruolo dell’attore, che invece sono solo abbozzati. E invece, Paolo Genovese ha preferito che “Una famiglia perfetta” fosse solo una commedia, anche se, bisogna dirlo, una gran bella commedia; impreziosita, tra le altre cose, dalla recitazione di Sergio Castellitto, che a mio avviso è il miglior attore italiano in circolazione.

Insomma, “Una famiglia perfetta” è la degna risposta italiana a “Quasi amici”! 

domenica 6 gennaio 2013

Recensione #31: Lettera al padre


Per lettori indiscreti

Bene, è giunto il momento di saldare i miei debiti con il 2012.
Ho ancora due recensioni arretrate, e quale momento migliore per dimezzarle di un pigro assolato sabato mattina?
La mia sfida di oggi è Lettera al padre di Franz Kafka. Dico sfida, perché non è facile raccontare un libro cupo, senza dubbio onesto, e per questo a tratti anche noioso, come questo.

Me l’hanno portato i miei, come regalo da Praga. Caso vuole che, proprio in quel periodo, stessi leggendo Follie di Brooklyn, in cui (non mi ricordo già più perché) si racconta il commovente aneddoto dello scrittore ceco che alleviò con una lunga serie di lettere il dolore di una bambina per la perdita della propria bambola.
Conciliare questa immagine di tenerezza con quella, liceale, dell’affascinante autore della Metamorfosi non era impresa da poco. Così, nell’impossibilità di telefonare all’autore per chiarire ogni dubbio, la lettera/confessione che egli stesso scrisse al padre mi è sembrata lo strumento più indicato per sciogliere la mia curiosità.
In un certo senso è stato così, ma devo dire non in modo soddisfacente.

Il testo è stato redatto da Kafka nel 1919, a seguito di una serie di strazianti contrasti con il padre (che, tanto per dirne una, aveva in ogni modo ostacolato il suo matrimonio). L’intento dichiarato è quello di: «Tranquillizzare entrambi e renderci più facile il vivere e il morire». In realtà, non solo la lettera non è affatto “tranquillizzante”, ma, una volta completata, non fu neanche consegnata al destinatario. Da qui, la tentazione, a quanto pare seguita da diversi critici, di considerarlo un esercizio letterario, più che una testimonianza autobiografica.

Non sono d’accordo con questa interpretazione. I contenuti sono autentici, brucianti; lo si capisce anche dall’ossessività con cui vengono riproposti. Tutt’altro che un passatempo per letterati. Se un po' di retorica c'è, probabilmente è perché l’argomento era per il povero Franz particolarmente doloroso.
A maggior ragione, però, qualche problema di lettura rimane. In effetti, più che di lettera, sarebbe giusto parlare di sfogo. Lo sfogo di un figlio ferito e schiacciato da una figura paterna prevaricatrice. Lo sfogo sincero, amaro, drammatico di un grande scrittore. Ma pur sempre uno sfogo. Vale a dire, qualcosa che uno scrive per se stesso.
Per questo, dicevo che la lettura non è stata soddisfacente: il testo non è stato scritto per un lettore, e quindi il lettore si sente fuori posto. Un intruso invadente che legge un diario privato. O forse si annoia soltanto, come si annoia chiunque leggendo il diario di uno sconosciuto.

martedì 1 gennaio 2013

Incursioni musicali: episodio #12- Niccolò Fabi



Gli sport preferiti dall’umanità intera in questi giorni di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno sono:
 
  1. Fare bilanci, senza rendersi conto che il contenuto è sempre noiosamente lo stesso: “Un anno da dimenticare! Non ne potevo più, davvero un anno di… Speriamo che il prossimo sia meglio di questo.” (Ho evitato di citare parolacce che di solito ben si accoppiano con questo tipo di affermazioni.)
  2. Fare buoni propositi per il prossimo anno, ben sapendo, stavolta, che il contenuto proposto è  una cantilena che si ripete uguale dagli anni dell’adolescenza. 
  3. Fare classifiche. I dieci uomini più belli del 2012, i dieci più ricchi, i dieci più odiati, i dieci più intelligenti, i dieci scapoli da sposare. Le dieci donne più belle del 2012 (sulle donne la classifica è sempre e solo questa!). I dieci film più significativi dell’anno, i più scaricati, i più visti al cinema, i più visti con i nonni. I dieci piatti dell’anno, i dieci libri italiani, i dieci filippini. Mi fermo qui, credo che il concetto sia chiaro.

Mi scuso se in qualche modo rientrerò anche io in questo appassionante rituale. Permettetemi  però di dirvi SOLO la mia numero uno della mia personale classifica: “i dieci album più belli del 2012”. È “Ecco” di Niccolò Fabi. 

Vorrei evitare di dire parole superflue, in cuor mio vi direi solo “Ascoltatelo, ne vale la pena”. Sarebbe più onesto nei suoi confronti, un po’ meno nei vostri.  Cercherò il giusto compromesso per non far torto a nessuno.

Un nuovo disco di Niccolò Fabi è una buona notizia di per sé. Già al primo ascolto, però, ci si rende conto di avere tra le mani quello che è forse il suo album più bello, spontaneo, profondo, maturo.
Non è un disco semplice, la scrittura è alta, come è consuetudine per Fabi. Le parole sono a tratti affilate, e a tratti delicatissime.

La musica, nella varietà pop-rock con intuizioni folk (vi piace questo nuovo genere?), sostenuta da begli arrangiamenti e dalla presenza di artisti-amici di Niccolò quali Roberto Angelini e Pier Cortese,  mantiene sempre una pregevole atmosfera lieve. 

Nessun filo conduttore ad intrecciare le storie racchiuse in undici canzoni, se non il solo fatto che esistono. Questo il motivo di un titolo immediato e conciso come "Ecco". I temi spaziano da cronache di viaggi africani a racconti nostalgici di estati romane, da sfoghi emotivi a riflessioni acute sulla società della crisi.

ll momento più alto del disco è la traccia undici, che chiude l’album e che gli dà il titolo. Suoni penetranti, testo poetico, interpretazione difficilmente replicabile ed inusuale per Fabi (mai abbiamo sentito e, probabilmente, mai più sentiremo ancora tale ruvidezza  nella sua voce),  un grido che non lascia scampo, che azzittisce già al primo ascolto: “Di certo non ti lascerò mai andare, ecco. Di certo non ti lascerò sparire, ecco”. Sei minuti di canzone che non stanca, che stordisce per la carica emotiva che ci richiama.

Non aggiungo altro, se non, buon ascolto!
E Buon Anno, ovviamente

PS Se vi va ditemi la vostra numero 1!


Soundtrack: "Ecco", Ecco, 2012

sabato 29 dicembre 2012

Recensione #30: La briscola in cinque


Il libro giusto al momento giusto

A volte capita di incontrare il libro giusto al momento giusto.
Non è questione di capolavori, e neanche di fiuto, ma semplicemente di banali coincidenze: quando inizi a leggerlo, capisci che è esattamente quello di cui avevi voglia. E te lo divori in un pomeriggio, come quando eri piccola, a dispetto di tutte le cose che ti eri ripromessa di fare in questi giorni letargici e teoricamente proficui tra Natale e Capodanno.
La briscola in cinque è stato esattamente questo: il libro giusto al momento giusto, capitato come sempre tra le mie mani un po’ per caso.
Come dicevo, non ho intenzione di sostenere che sia un capolavoro: troppi piccoli luoghi comuni da giallo all’italiana lo rendono più rassicurante che travolgente. Però posso affermare senza vergogna che questo libretto ha allietato la mia immaginazione per un paio di pomeriggi.

In una immaginaria quanto tipica località marittima del livornese, un giovane matematico gestisce un bar frequentato da frotte di giovani alla moda, ma soprattutto da una quadriglia di pettegoli vecchietti. Nulla può scuotere la routine estiva di questo luogo, nemmeno il ritrovamento del cadavere di una diciannovenne in un cassonetto: tutto continua a scorrere come prima, semplicemente adesso la gente ha qualcosa di cui parlare. La classica incompetenza della Polizia e il ruolo nevralgico dei bar nel tessuto sociale italiano eleggono automaticamente il brillante ristoratore a investigatore d’eccezione, così, come spesso accade, le indagini si alternano a focacce e cappuccini, e gli snodi della trama sono sostenuti dal pettegolezzo di paese. Massimo (il barista) è, prevedibilmente, un burbero sensibile ferito da una donna. Insomma, una vera infilata di luoghi comuni; che però, occorre ripeterlo, è in grado di intrattenere piacevolmente il lettore.

Innanzitutto, perché il mistero non si esaurisce nel classico motivo alla Don Matteo in cui il primo indiziato invariabilmente viene arrestato prima del tempo e in extremis scagionato dall’eroe. In secondo luogo perché l’affresco italiano che ne emerge, in cui vecchietti in ciabatte commentano bofonchiando i traffici di droga in discoteca, è davvero godibile. E infine perché Malvaldi sa costruire una storia e sa scriverla. Giusta dose di ironia, piacevoli riferimenti colti; qualche sbavatura nel linguaggio giovanile (non è credibile che un diciottenne ubriaco senta il bisogno di “urinare”), ma complessivamente niente di grave. Unica forzatura, a mio parere, l’analogia del mistero con il gioco di carte… Ma bisognava pur trovare una nota per distinguere la serie dei romanzi sui vecchietti dalle altre. Insomma, debolezze trascurabili.
Sicuramente non alta letteratura, ma -perché no?- il libro giusto tra Natale e Capodanno.

mercoledì 26 dicembre 2012

Recensione #29: Portugal


Portogallo dell'anima

Come promesso ai miei fedeli lettori, e soprattutto a me stessa, approfitto della pausa natalizia per mettermi in pari con le recensioni.
Comincerò dalla fine, che mi viene più facile. Poche ore fa ho finito di leggere Portugal, il grafic novel autobiografico vincitore del premio FNAC 2012 al festival di Angoulême, che ha consacrato il talento di Cyril Pedrosa.

La premessa doverosa è che io non sono una da fumetti. Non tanto per pregiudizi radical chic, quanto piuttosto per un difetto strutturale di lettura: il mio occhio impaziente si rifiuta di soffermarsi sulle illustrazioni. Divora le didascalie, cercando di farsele bastare, pur di arrivare il prima possibile a sapere come va a finire. Questo chiaramente non mi permette di apprezzare la qualità delle immagini.
Perciò, nonostante tra i miei amici figurino alcuni autorevoli intenditori, difficilmente sul mio comodino si posano opere illustrate. Stavolta, però, è diverso.

Qualche mese fa, in occasione di Bookcity (l’ennesima deludente manifestazione milanese dedicata all’editoria), sono andata con Tita e Mari (una degli autorevoli intenditori di fumetti, tiene un blog che si chiama Di fumo e d'inchiostro) a sentire una presentazione di Bao Publishing. Nel corso del piacevole e meritatamente autocelebrativo sproloquio dei fondatori, Caterina Marietti ha raccontato la storia del suo amore viscerale per un’opera impegnativa e avvincente, su cui aveva scommesso parecchio: Portugal. L’aria sognante del protagonista in copertina mi ha conquistata in tempo zero.
Così, quando ieri, la sempre cara e attenta Tita mi ha regalato questo librone, sono stata contentissima: appena arrivata a casa, dimentica dell’indigestione natalizia, mi sono messa a letto e ho cominciato a leggere.
Oggi è Santo Stefano. Il librone è chiuso di fianco a me sul letto, e io sono gonfia di nostalgia, come se fossi di ritorno da un viaggio romantico per mezza Europa.


In effetti, Portugal potrebbe essere definito un romanzo di formazione, e quindi, in un certo senso, un viaggio: Simon, il protagonista/narratore, è uno scrittore fallito, inetto e insopportabile, in piena crisi esistenziale e creativa, che comincia a interrogarsi sulla storia della sua famiglia, sottilmente in bilico tra Francia e Portogallo, e soprattutto tra legami confusi, sepolti tra ricordi, silenzi e incomprensioni. Detta così, potrebbe sembrare la traccia di un qualsiasi noioso romanzo ottocentesco, ma la verità è che Portugal  è molto di più. In questo caso, infatti, la scelta del mezzo è davvero vincente. Non solo grazie alle illustrazioni splendide, ma soprattutto perché la modalità di racconto è allo stesso tempo delicata ed efficace. Il narratore non perde tempo a spiegare o collegare i fatti: semplicemente, racconta, procedendo a salti, e confidando nelle immagini. In compenso si serve di alcuni strumenti (il colore dei balloon cambia a seconda della provenienza linguistica dei personaggi, il fondale delle vignette varia con l’ora del giorno e con il tipo di narrazione, per cui, per esempio, le parti più oniriche sono su fondo azzurro) che aiutano in lettore a orientarsi. L’effetto è davvero suggestivo: si ha l’impressione non di una narrazione organica, ma di un vero e proprio viaggio nella mente del protagonista.


Prevedibilmente, ciò che Simon scopre, tra le pieghe della sua memoria e i resoconti smangiucchiati di suo padre e dei suoi zii, riuniti dopo tanti anni per il matrimonio di una cugina, è il Portogallo.
Un Portogallo che sembra davvero un luogo dell’anima, colorato e decadente come un ricordo. Un luogo in cui rimanere, e da cui, forse, ricominciare.
Dopo aver magistralmente ripercorso a ritroso la storia di tre generazioni, il romanzo si conclude. Al lettore rimangono in eredità le impressioni sfumate della narrazione e, soprattutto, la voglia di partire.

venerdì 21 dicembre 2012

Film #7: Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato


Nel capitolo della trilogia basata sull’omonimo romanzo di J.R.R. Tolkien lo stregone Gandalf propone  lo hobbit Bilbo Baggins come quattordicesimo membro di una spedizione di nani. L’impresa ha come obiettivo la  riconquista dell’antico regno nanico di Erebor nei meandri della montagna solitaria, dove ora regna il temibile drago Smaug.
Prima di giungere presso la montagna Bilbo e i suoi compagni dovranno però affrontare una serie di avventure con troll, orchi, goblin, lupi e l’inquietante Gollum.

In Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato c’è tutto quello che avviene nel libro da cui è tratto, e anche di più! Spesso, infatti, il ritmo della narrazione è interrotto da lunghe sequenze in cui vengono spiegati antefatti e cause degli eventi. Queste scene risultano però poco comprensibili a coloro che non sono tecnici del mondo di Tolkien e per nulla chiarificatrici.
Un primo difetto di questo film è quindi quello di essere destinato ad un pubblico “tecnico”. A supporto della mia tesi riporto un commento sentito sul tram da una ragazza che parlava con un’amica: “Cioè, è un film troppo da nerd”. Infatti il film risulta troppo legato alla mitologia tolkeniana in generale e alla precedente trilogia de Il signore degli anelli in particolare.

Un viaggio inaspettato manca inoltre del ritmo incalzante di cui necessita questo genere di film. Questo difetto, secondo me, è dovuto all’eccessiva fedeltà al testo da cui è tratto: tutto ciò che è narrato da Tolkien è riportato pari pari nel film. Questo fa si che le scene che dovrebbero essere leggere risultano noiose e lente, mentre quelle d’azione abbiano talvolta un che di infantile e goffo.
Penso si sia capito che non condivido la scelta di realizzare tre lungometraggi per rappresentare un unico libro. Trasportare dalla carta allo schermo non può voler dire riportare in immagini tutto ciò che è scritto nel libro, molto va tolto, qualcosa aggiunto, poco cambiato, l’importante è che si rispettino le intenzioni dello scrittore. 
Ed è forse la fedeltà ideologica il più grande merito di questo film, che, soprattutto nei suoi protagonisti (Bilbo, Gandalf e Thorin), interpreta perfettamente lo spirito de Lo Hobbit, che può essere definito come una favola epica.
Un plauso particolare va a Martin Freeman che interpreta magnificamente un Bilbo Baggins pigro ed allo stesso tempo coraggioso, proprio come è descritto da Tolkien.

Ho la speranza e la convinzione che i successivi episodi di questa trilogia, ed in particolar modo il terzo, saranno molto più convincenti in termini di ritmo e di fruibilità, perché la seconda parte del libro è sicuramente più cinematografica.

Una piccola nota finale per citare il bellissimo brano della colonna sonora: Song of the lonely mountain.

martedì 4 dicembre 2012

Film #6: Argo

1979. Sei funzionari dell’ambasciata americana a Teheran fuggono durante l’attacco all’edificio portato da una folla di rivoltosi. Gli evasi riescono a rifugiarsi nella casa dell’ambasciatore canadese, dalla quale, però,non possono uscire per non essere riconosciuti e quindi arrestati come spie dalla polizia dell’Ayatollah Khomeini.
L’esfiltratore (curioso termine per indicare chi cerca di liberare gli ostaggi) della CIA Tony Mendez (Ben Affleck) volerà a Teheran per aiutarli a fuggire. Per eludere i pressanti controlli della polizia iraniana i sei fuggitivi e l’agente segreto si fingeranno una troupe cinematografica intenzionata a girare un film di fantascienza ambientato nei paesaggi mediorientali di Teheran.
La vicenda, che ha dell’incredibile, è invece basata su una storia vera.

Questo è "Argo", un film che si esaurisce completamente nella sua trama. I personaggi sono infatti appena accennati e lo stesso protagonista non manifesta quasi mai le sue emozioni. Anche le vicende storiche sono presentate come verità assolute, e così pure, il contesto sociale iraniano, che è dipinto in bianchi e neri, senza sfumature.
Una persona che conosce bene quelle terre mi ha detto una volta: “In Iran niente è come sembra”. Questo aspetto non è minimamente evidenziato in Argo, dove invece tutto è come sembra.

Tutto ciò, però, non è, a mio avviso, un difetto, ma anzi è funzionale all'obiettivo del regista (Ben Affleck stesso), che non vuole portare avanti un’indagine storica, né esplorare i sentimenti dei protagonisti, ma soltanto raccontare una storia vera e avvincente, nel modo più appassionante possibile. Devo dire che riesce perfettamente nel suo intento.
Il risultato è un puro concentrato di emozioni e, nella seconda parte in particolare, si rimane per lungo tempo con il fiato sospeso.

Tensione a non finire, un pizzico di ironia e critica sociale (gli Stati Uniti e il mondo del cinema non vengono dipinti in modo lusinghiero), un cucchiaio di originalità (gli agenti della CIA sono i buoni) e una durata perfetta (120 min.) è la ricetta di questo film squisito che divorerete con gli occhi.

Argo è veramente il film dell’anno, per ora. Un film che non vi farà riflettere, perché non ne avrete il tempo.